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54 giorni dopo l’inizio: ripensare ciò che è stato per affrontare ciò che sarà

di Pamela D'Angelo


L’11 marzo 2020 il presidente del Governo Italiano, Giuseppe Conte, ha dichiarato l’Italia “zona rossa”, decretando un lockdown totale. Esattamente cinquantaquattro giorni dopo, il 4 maggio 2020, ha avuto inizio la Fase 2 e tutti si chiedono cosa succederà adesso. Come le persone reagiranno: si riverseranno in strada? Correranno ad abbracciare i propri cari? O forse, ancora spaventati e diffidenti, decideranno di restare a casa?

Naturalmente una risposta non esiste, perché quello che stiamo vivendo è un evento storico senza precedenti. Chi avrebbe mai pensato che saremmo stati per oltre due mesi senza uscire di casa o che per farlo - solo in caso di assoluta necessità - avremmo avuto bisogno di “autocertificarci”? Che le nostre giornate sarebbero state scandite dai bollettini della Protezione Civile o dalle conferenze stampa del Consiglio dei Ministri? Mai avremmo potuto immaginare che qualcuno, in un momento di malessere, o peggio, in punto di morte, si potesse ritrovare solo e isolato da tutti. Che anche i funerali potessero diventare desolati, silenziosi, e persino non celebrati.


Il virus ha spezzato i nostri equilibri; ci ha confuso, ferito, spaventato, perché ha intaccato i valori più profondi della nostra vita. Nella moderna società narcisista e tracotante, un pericolo invisibile è stato in grado di alterare la nostra quotidianità, obbligandoci a riconoscerne limiti e mancanze. Come una brutta caduta durante una corsa, siamo stati costretti a fermarci e ricorrere ad una medicazione. Il gesso, che abbiamo dovuto indossare per questi 54 giorni, ha contenuto il dolore e il gonfiore della ferita. Non abbiamo più potuto correre impavidi nelle nostre vite, ma muoverci traballanti nelle nostre case.

Proprio come un bambino che impara a camminare, vorrebbe ma non osa allontanarsi dalla madre. Eppure c’è un momento in cui il bambino si convince e va ad affrontare le insidie e i pericoli del mondo. E a consentirlo sono l’affetto e la sicurezza fornitagli dalla sua base sicura - la madre per l’appunto - e al contempo la convinzione che, nel caso qualcosa dovesse turbarlo, potrà tornare tra le sue braccia e “ricaricarsi”. Così le nostre case sono tornate ad essere gli antichi luoghi di protezione che erano un tempo. Luoghi dove sentirsi al sicuro perché in grado di accogliere le paure e ovattare il mondo esterno.

Anche i movimenti più semplici sono divenuti goffi, difficili e persino indesiderabili, giacché appesantiti dalle protezioni e dalle accortezze richieste. Il dolore della ferita ci obbliga ad un cambiamento che certamente non sarà facile. Come quando si rimuove il gesso dopo il periodo necessario affinché l’osso possa rinsaldarsi: saremo al contempo eccitati e spaventati. Da un lato non vedremo l’ora di correre, respirare l’aria fresca e sentire il tepore del sole sul nostro volto; dall’altro saremo spauriti e traballanti.

Qual è l’atteggiamento da assumere, la cosa migliore che possiamo fare? Non avere fretta. Questo è il momento della fisioterapia, non certo quello della corsa. Non a caso, la fase 2 è stata da molti ridefinita “fase di convivenza” con il virus, con il cambiamento. Purtroppo, non tutti siamo in grado di convivere e questo perché la convivenza ha, come risvolto della medaglia, la necessità di mettersi un po’ da parte, di scendere a compromessi, per poter vivere-con l’altro. Ora più che mai siamo chiamati ad attingere alle nostre capacità adattive e competenze individuali, collettive ed istituzionali, per affrontare le nuove sfide che ci aspettano.


Dobbiamo prepararci e allenarci ad un cambiamento soprattutto di pensiero e una riedizione dei nostri ricordi. Il mondo, chiuso fuori dalla porta, è rimasto immutato solo nella memoria. Come osservato dalla prof.ssa Dorthe Berntsen (psicologa presso la Aarhus University), una delle poche cose che ricorderemo di questo periodo saranno le cose che non abbiamo fatto: «questi saranno i ricordi di un’assenza. Una volta finita la pandemia, sarà importante costruire questa narrazione, perché le narrazioni aiutano le persone - ma soprattutto le comunità - ad attribuire un significato alle proprie esperienze». Ed è proprio questo il cambiamento cruciale che consentirà il successo della fase 2: il passaggio ad un pensiero comunitario.

Avere paura del futuro è normale, fisiologico e comprensibile, ancora di più in questa circostanza, tanto incerta quanto imprevedibile. È un sentimento ancestrale e universale, sviluppato proprio per garantire la sopravvivenza e l’allerta. Il popolo dei Pintupi, in Australia occidentale, ha persino coniato quindici termini per differenziarne tutte le sfaccettature, mentre gli indios machiguenga del Perù non ne hanno neppure uno. Qualunque sia la lingua che parliamo, le emozioni che proviamo ci accomunano tutti ed è a questa comunanza di sentimenti e vissuti che dobbiamo fare presa, o tutto ciò che abbiamo vissuto, in quanto famiglie, quartieri, comunità, regioni, Stati, verrà dimenticato.

“Se ami l’Italia, mantieni le distanze” ha affermato il Premier, utilizzando un potente ossimoro psicologico: dobbiamo man-tenere, tenere per mano, una lontananza. Ed è questo un altro paradosso che il virus ha portato alla luce: la lontananza, che è stata la conseguenza più sofferta, a livello psicologico, di questa pandemia. Forse perché tra le tante cose che l’epidemia ci ha tolto, ce n’è una che noi per primi avevamo sottovalutato. L’isolamento ci ha forzatamente concesso di prendere le distanze dal nostro stile di vita precedente, offrendoci l’occasione di rivalutare l’ordine delle priorità.

Quello di cui non ci siamo accorti infatti, è che questo stesso animale-uomo, un animale sociale così strettamente e fisiologicamente legato ai propri simili, aveva trasmutato i princìpi della sua esistenza, fondandola sull’individualismo. Ma oggi la vicinanza, il contatto, lo sguardo, i sorrisi, gli abbracci hanno riconquistato il primato perso. Ora che ci stiamo affacciando alla ripartenza, lenta e progressiva, sarà nostro compito averne memoria. È arrivato il momento di smettere di dimenticare e imparare a ricordare, perché come scrisse Primo Levi “tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono costretti a riviverlo”.


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