• Studio I.F.P Milano

Interpretare il presente (per l’anno che verrà)

di Marta Tironi


Poi sentiva battere il cuore, perché prima di leggere il significato voleva assicurarsi di aver letto proprio bene e che aveva sognato a quel modo: anche Regina sapeva che per il desiderio di aver sognato bene, è possibile ingannarsi. Poi leggeva. Era, del resto, una felicità che non confidava a nessuno.

Federigo Tozzi, “Giovani. Novelle” (1920)



La sera di Natale, che spalanca le porte all’avvento del nuovo anno, mi hanno proposto di giocare coi Tarocchi, dove giocare significa fare le cose davvero seriamente. Allora mi sono preparata delle domande, alcuni interrogativi che si fanno strada davanti a me e che, inesorabilmente, affondano le radici nel retro, nel già vissuto. D’altronde, in molti ricorrono al richiamo della divinazione quando ci si trova alle soglie di un cambiamento, sia esso simbolico o reale; quando ci hanno raccontato, e la retorica continua a ribadirci, che il nuovo anno dev’essere migliore e la speranza è sempre quella di un guadagno, di una soddisfazione, di una evoluzione. E dunque, mentre gli arcani maggiori mi sbeffeggiavano i loro significati sfilandomi sotto il naso, mi sono sentita anch’io parte di quell’umanità interpretante di cui parla Benvenuto, filosofo e psicanalista, in cui “ogni atto umano (compreso l'atto analitico) può risultare efficace solo in un tessuto di credenze, istituzioni, leggi, costumi - insomma, attraverso tessuti di interpretazioni”.

A partire dal volo degli uccelli, passando per lettura dei fondi di caffè o la congiunzione astrale dei pianeti l’essere umano ha sempre cercato con diversi mezzi di interpretare i segnali, più o meno indecifrabili, più o meno casuali, che il mondo produceva. L’antropologia, la cultura classica e la filosofia ci ricordano che il bisogno di sapere e, in un certo modo, prepararsi a ciò che verrà ha da sempre fatto progredire l’uomo nella sua esistenza terrena e lo ha accompagnato, anche, sulle soglie del mondo oltre la morte. Così, l’interpretazione dei segni è diventata scienza. Con il termine semeiotica si intende la disciplina che si occupa della produzione, della trasmissione e dell’interpretazione dei segni, cioè di qualunque cosa che porti con sé un significato o che rimandi a un qualsiasi portatore di senso, sia esso concreto, tangibile oppure immaginifico, astratto, impalpabile. Locke intendeva la semeiotikè come la dottrina dei segni più comuni, cioè le tanto preziose parole, che diventano i rappresentanti non solo di un significato (ciò a cui si allude) ma anche di un significante (il suono e il segno, cioè la materia di cui è fatta una parola). Laplanche (1995) sosteneva che già nella prima infanzia il bambino, messo di fronte alle parole adulte incomprensibili e addirittura “traumatiche”, fa ricorso all’interpretazione per tradurle. Così facendo inizia a generare un sistema soggettivo per orientarsi nel mondo.

Tra l’interpretazione dei segni e quella dei sogni è arrivato Freud che, tramite la ‘cura delle parole’ si è fatto portavoce di tutto ciò che fa parte del mondo interno dell’uomo, là dove nessuno osava portare luce. E così, interpretando sogni, narrazioni e sintomi la psicanalisi prova a ri-creare la realtà camminando a fianco del paziente, restando con lui nella realtà e non permettendogli di cadere nel mondo allo specchio, quello della fantasticheria (da non confondere con la fantasia, per approfondire ad es. H. Segal, 1991), del fittizio, del virtuale. L’imperante odierna virtualizzazione del reale vorrebbe infatti portarci fuori da noi, dai sensi e dai corpi, e dalle relazioni, illudendoci che, con i suoi potenti mezzi, possa far coincidere “la soddisfazione del sogno con la soddisfazione reale, farmi abitare in una realtà di sogno, in modo da realizzare finalmente i miei sogni”. Forse è questo che chiediamo quando ci rivolgiamo allo specchio dello smartphone, o quando ci affidiamo gli oroscopi speranzosi di trovare risposte: la realizzazione di qualcosa che rimane disincarnato e, infine, ci inganna. Cerchiamo senso all’esterno, dagli altri, da chi pensiamo ne sappia più di noi, da chi sa leggere i segni. Ma è proprio la psicanalisi che ci ricorda, ancora, che l’ermeneuta, chi dà senso, non è mai l’analista ma l’individuo stesso. Quando raccontiamo di noi agli altri, quando chiediamo consiglio, quando di fatto portiamo un po’ di noi fuori da noi siamo ancora noi, alfine, a decidere quale interpretazione trattenere, quale storia ci fa innamorare. E quella specifica storia ci fa innamorare perché ci mostra un’altra faccia della realtà che non riuscivamo a scorgere e forse nemmeno a sognare, senza negarla e nemmeno trasformarla, quantomeno non ancora. Anche quando chiediamo conto del futuro, il senso e il significato che diamo ai segni e ai simboli non è altro che un continuo confronto con il reale, con quello che abbiamo e con quello che siamo proprio in quel momento presente. Questa operazione, questo stare con noi, è il richiamo alla responsabilità che abbiamo verso noi stessi, verso le nostre emozioni e i nostri pensieri, verso il nostro corpo che esiste e che attraversa uno spazio. Al contrario, restare nel sogno del virtuale che semplifica e riduce ci risparmia la realtà ma, forse, ci fa ammalare. Il ricorso alla semplificazione, alla condensazione di plurimi significati in uno, la richiesta di selezionare come salute, soldi, fortuna e amore si (dis)allineranno nell’anno che verrà, in una narrazione che vale parimenti per tutti gli Arieti o per tutte le Vergini, è una spinta che abbiamo tutti, ci è necessaria per conoscere il mondo e sopravvivere, basta ricordarsi che stiamo riducendo un sistema complesso.

Quando ho giocato coi Tarocchi, la Torre, l’Imperatrice e l’Eremita mi hanno condotta su una via impervia, lasciandomi aperte più porte di quelle che immaginavo, e così ho compreso che “la pulsione interpretante degli esseri umani ci fa amateurs de rèel, ma ci lascia sempre e solo, tra le mani, metafore” che a volte sanno davvero raccontare meglio di qualunque altra cosa la (nostra) realtà.

Guardando all’anno che verrà, di quello che ci aspetta in questi tempi difficili, affamati di sapere, stiamo tutti cercando di ricostruire nuovi equilibri e nuovi sistemi di senso, forse generando anche nuove espressioni della sofferenza. Eppure, ripensando alla storia che mi hanno raccontato i Tarocchi, c’è sempre qualcosa che rimane ribelle a ogni tentativo di interpretazione, qualcosa che atterrisce e irretisce al contempo perché sfugge a qualsiasi sagoma statica e ci richiama a noi stessi. Qualcosa che, probabilmente, alberga nella vita reale “e a ciò che è veramente vitale del reale: il mutamento”.

Buon anno nuovo.



*Tutte le citazioni sono estratte da S. Benvenuto, ”L’interpretazione e il reale”, Rivista Italiana di Gruppoanalisi, vol. XIII, n. 3-4, dicembre 1998, pp. 7-46.