• Studio I.F.P Milano

Io ti Berg-Amo. L’acronimo di una città tra sofferenza e rinascita

di Marta Tironi


Inizia così questa storia, in un’altalena dilaniante tra Bergamo, la città in cui sono nata e sulle cui strade ho calpestato le tappe della mia crescita, e Milano, città che è diventata per me una cornice di senso e che ora posso solo guardare dal balcone.

Sarà una storia non solo senza un lieto fine, ma proprio senza una conclusione. Siamo ancora tutti, vincitori e vinti, attori di una gigantesca, drammatica storia collettiva, sebbene osservata da queste lenti, elaborata dalla mia soggettività.

C’è una cosa, però, che possiamo estrarre dall’inferno ed è la straordinaria capacità rappresentativa di psicanalitica memoria: dipingere ciò che sta succedendo e ciò che stiamo vivendo, darci parola e luogo, creare uno spazio tridimensionale intermedio dove poter tenere al sicuro pensieri ed emozioni, per ritornarvici ancora e ancora. Un canto di speranza non ci abbandona, parte da Bergamo, polmone affaticato di questo tempo, ma prova ad allargarsi alla comunità umana e vitale.



B come BARE

Vedo una fila indiana di veicoli militari davanti al campo santo dove sono sepolti i miei nonni, portano altrove le bare con le salme. L’eclettismo dell’architettura, imponente e padrona, mal si concilia con una realtà dolorosa e maligna che gli si dispiega davanti. A Bergamo sembra aver vinto la morte, non quella pomposa dei funerali di stato, né quella eroica dei martiri di guerra, bensì quella oscura e confusa del lutto umano più che umano, della tragedia. La città si copre il volto col velo nero e rinchiude il suo dolore dietro le porte chiuse e le serrande abbassate, nelle solitudini dell’isolamento. Le campane che suonano a morto come sottofondo di ogni telefonata con la mia famiglia segnano il macabro scandire dei ‘come stai oggi’, mentre gli echi mortiferi delle ambulanze ci ricordano la contagiosità che si porta con sé questo virus. L’abbiamo personificato, reso antropomorfo e familiare per permettergli di essere un interlocutore controllabile, così da trattarlo con le categorie finora conosciute. Ma l’abbiamo anche demonizzato, reso lo straniero in patria, il non benvenuto, il nemico per scongiurare il terrore che ci genera e relegarlo in un antro lontano con esorcismi e incantesimi.


E come EMOTIVITÀ

Nutro sentimenti contrastanti per la diffusa condivisione dell’ #andràtuttobene. Ho da sempre l’impressione che mantenere un atteggiamento positivo e non lasciarsi andare all’emotività sia un diktat del nostro tempo, a qualunque costo e qualsiasi cosa succeda. Anche nel dramma. Gaetano Donizetti, celebre compositore operistico bergamasco, è stato uno dei maestri della drammatica teatralizzazione romantica dell’esistenza. Nella Lucia di Lammermoor, per esempio, la protagonista impazzisce dal dolore per il suo amore perduto e si dilania in una delle arie più commoventi e più famose dell’artista. Non c’è alcun diniego, non c’è alcuna negazione alla potenza delle emozioni umane e alla sofferenza percepita. Il nostro rapporto con lo sconosciuto, un virus che ancora non è totalmente intelligibile, inevitabilmente ci induce a schierare il plotone dei nostri sentimenti. Dall’inizio di questa pandemia siamo stati abitati, non sempre in fila indiana, da incredulità, irrisione, sospetto, forza, paura, rabbia, terrore, coscienziosità, diffidenza, speranza, solidarietà. La ricchezza del nostro mondo interno sta racchiusa in questo variopinto gioco di presenza/assenza in cui eliminare una parte di quello che si prova è eliminare una parte di sé e una parte di senso. L’attesa speranzosa, il desiderio, il coinvolgimento possono diventare fecondi solo se non divengono saturanti. Così come lo sconforto, l’angoscia e la tristezza possono essere mitigati se non ci accecano.


R come ROTTURA

L’assenza è diventata la grande presenza. Non solo l’assenza relazionale, l’assenza di contatto, l’assenza di risposte, ma anche l’assenza di senso. Siamo passati troppo rapidamente e senza soluzione di continuità da una realtà interconnessa, globalizzata, interattiva ad un isolamento forzato e doloroso. Inizialmente la risposta a questa ferita sembra essere stata una bulimia di socialità, un tripudio di vicinanze sebbene virtuali. L’assenza dell’incontro tra corpi – e delle preziose informazioni che questo scambio ci dà - ci ha indotti a cercare un nutrimento sempre maggiore, ad accentuare i bisogni emotivi, ad abbassare la soglia della tolleranza e non sostenere più il peso dell’insicurezza. La rottura di un ordine predeterminato ha generato la rottura dei precedenti confini creando fratture profonde tra il sano e il malato, tra il vecchio e il giovane, tra la sicurezza e il dubbio, tra il dentro e il fuori, tra il sé e l’altrui. La ferita rimarginata sembra imporre che, per sopravvivere, l’uomo sia costretto ad invertire la rotta del suo sviluppo, a chiudere ogni frontiera, interna ed esterna, e non permettere più a nessuno il transito. In questa pandemia la fiducia nell’istituzione/genitore, organo onnipotente e idealizzato, viene messa potentemente in crisi. L’istituzione, sia essa familiare, medica o politica, crolla e mostra le sue falle, le sue ferite e i suoi limiti.


G come GABBIA

Nel mio quartiere milanese, ogni giorno alle diciotto, si sente ancora l’eco di qualche canzone, di un inno alla vita che non vuole cedere il posto alla morte. Si odono grida di bimbi nei cortili nascosti dei palazzi, che giocano e rincorrono una strana quotidianità. Eppure il vuoto inizia a spaventare anche loro, qualcuno si chiede angosciato se mai tornerà a scuola.

A Bergamo la reclusione è determinata, più che altrove, dalla presentificazione della malattia, un gran numero di persone è in isolamento perché infetto o potenzialmente tale. Anche i sanitari, rinchiusi negli ospedali, sono sofferenti e stremati. La retorica veste in egual misura paziente e curante di una responsabilità: il primo perché inquinato, infetto, il secondo perché assuma su di sé il rischio nell’espletare le sue funzionalità di cura.

La quarantena incatena in un tempo che si dilata e che impone di fermarsi, forse per sempre. Si vive un eterno presente in cui, anche allo scadere dei giorni, si è ancora contaminati. Mia cugina, appena uscita dalla fase critica, mi scrive “sono barricata in camera mia, fiacca e scoraggiata, il virus ti lascia parecchi strascichi. Stai attenta e abbi cura di te, questo virus è davvero brutto”. Siamo tutti in gabbia, ma c’è chi sta in una gabbia dorata e chi si protende tra le sbarre della vita e della morte. Il privilegio di respirare ancora non è dato a tutti.


A come ANALISI

Dopo l’impulso all’azione, neuro-fisiologicamente determinato per salvarsi dalla catastrofe, qualche privilegiato, che si può ritenere più al sicuro di altri, può dedicarsi alla riflessione. In questo presente, gli psicologi sono chiamati ad un arduo compito, quello di mantenere la continuità nella rottura, di traghettare e transitare insieme al paziente nell’oscuro magma dell’incertezza. Si evoca la morte, lo sconforto, la solitudine. Eppure il contesto in cui lo si fa è, forse per la prima volta, molto particolare. Siamo noi stessi i custodi della distruttività, il virus non è più qualcosa che appartiene all’altrui. Il senso di onnipotenza, vecchia e insidiosa conoscenza per noi psicologi, assume nella condizione attuale una nuova veste. Allontanare da sé l’angoscia di morte si scontra con la percezione di un pericolo tanto concreto quanto dilagante e il duello tra forze vince a favore di un’iper-saturazione del reale. In questi giorni mi ritrovo spesso a percepirmi distratta, distante, anche nel lavoro clinico coi pazienti. Il pensiero oscilla costantemente tra il qui e l’altrove, torna alle campane che suonano a morto, si sposta sui familiari lontani e accerchiati dal furore del virus, per poi posarsi su di me con gravità. La tolleranza di questa danza macabra non è facile da sostenere, si desidererebbe uno spazio da riempire con pensieri di senso ma questo rischia di generare un affollamento improprio di contenuti. Mantenere la bussola significa forse mantenersi attivi osservatori delle proprie istanze e dei moti che ci abitano, pronti all’azione solo quando necessario.


M come MOBILITAZIONE

In queste settimane l’appello globale sembra essere indirizzato al senso di responsabilità personale che si estrinseca nell’invito a restare a casa per prendersi cura di sé e degli altri. Ma non solo. Sentirsi responsabili induce anche a far tesoro dei propri talenti e metterli a servizio della comunità, mantenendo un buon equilibrio tra sicurezza e servizio. Il proliferare di aiuti umanitari, azioni solidali, ma anche sviluppo di informazione consapevole sembra ridare all’uomo vulnerabile il volante in mano. La paura diventa più tollerabile, l’indifferenza viene scongiurata e si mobilitano le proprie migliori risorse per rendersi utili. La solidarietà è, prima di tutto, una potente difesa individuale. Ci siamo scoperti tutti fragili, tutti potenzialmente deficitari ed è proprio il senso della comunità, della compartecipazione, del collettivo che può essere un antidoto al dilagare dell’epidemia. Il comune di Bergamo ha da poco presentato un video di una città tanto deserta fuori, quanto viva dentro. Appellandosi al senso di unione, umanità e vicinanza ha utilizzato questo slogan plurale: “Bergamo soffre. Bergamo combatte e cura. Bergamo siamo noi”.


O come OPPORTUNITA’

Come trasformare la paura epidermica, il dramma collettivo in un’occasione di crescita, per se stessi e per la società? Come riconciliare la distruttività con la speranza di un insieme? Siamo di fronte ad una condizione precaria e incerta, tuttavia a mio giudizio la complessità è in movimento. Ci sono innumerevoli strategie possibili. Una di queste potrebbe essere un ripensamento delle nostre usuali modalità di comunicare in queste circostanze. Per noi psicologi, da sempre, le parole sono importanti, da scegliere con cura. Le metafore belliche, che saturano la narrazione dell’epidemia, non sono forse le più accurate per descrivere un fenomeno che è privo di un vero nemico. Questa modalità non permette di immaginare ciò che stiamo vivendo e neanche ciò che l’altro vive. Essa non ci permette così di sognare, pensare e progettare un futuro migliore. Scegliere parole diverse per raccontare il mondo che viviamo, ripensare un lessico nuovo potrebbe aiutarci a riparare e ricucire le nostre ferite, individuali e collettive. E ancora, potrebbe essere utile mantenere per quanto possibile la continuità nell’incertezza, ricordarsi di intessere ogni sera i fili del tempo, quello cronologico che collega passato, presente e futuro e quello psichico, circolare, elicoidale che procede per associazioni e per vicinanze. Un pensiero attribuito al Buddha sostiene che “il cambiamento non è mai doloroso, solo la resistenza al cambiamento lo è”. Forse, solo accettando di sostare nella nebbia di questo tempo, accogliendo dubbi e ambiguità, ci sarà permesso di rielaborare, studiare e analizzare quanto successo. Mi torna in mente il pensiero di Nietzsche in “Umano, troppo umano” quando afferma che la solitudine "non può fare a meno della sua malattia" perché è essa stessa via e mezzo per la conoscenza di sé. Ma è primariamente attraverso una relazione che la mente estrinseca le sue migliori possibilità creative e di adattamento. Cura, inclusione, comunità possono diventare cornice feconda di quello che ci aspetta, se sapremo ricreare nell’isolamento il senso del noi. La de-idealizzazione delle istituzioni, una presa di coscienza del reale e un rinnovato appello alla propria responsabilità individuale, sebbene dolorosi, possono divenire ciò che ci permette l’evoluzione. La crescita e lo sviluppo, della mente e della società, incontra inevitabilmente la fallibilità del genitore/istituzione. Quando la placenta diventa troppo piccola per contenere il feto, non significa che quel contenitore non è più adeguato in sé, ma che quell’essere sta crescendo, che un bambino è pronto a nascere e ad assumere su di sé il valore inestimabile della vita.

Allora “avanti tutta, questa è la rotta, questa è la direzione, questa è la decisione” (La linea d’ombra, Jovanotti).


Bibliografia

- Bion, W. R., & Bion, F. (1989). Seminari clinici: Brasilia e San Paolo. Raffaello Cortina Editore

- Cassandro, D. (2020). Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore. Rivista Internazionale - edizione online

- Fédida, P., & André, J. (2009). Umano/disumano. Borla

- Ogden, T. H. (2009). L'arte della psicoanalisi: sognare sogni non sognati. Raffaello Cortina editore

- Testa, A. (2020). Smettiamo di dire che è una guerra. Rivista Internazionale - edizione online




In copertina.

mosaico di Trento Longaretti, pittore e artista bergamasco di fama, recentemente scomparso.

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