• Studio I.F.P Milano

I maestri nel PC. Insegnare ai tempi del COVID-19

di Riccardo Pardini



Quando deflagra un’emergenza come quella che ormai da giorni stiamo vivendo e la vita cambia direzione improvvisamente, l’attesa, il vuoto e la sospensione sono alcune delle cose che incontriamo per prime. Le strade si svuotano e molti di noi sono a casa. Lo spazio si restringe e il tempo si dilata, per noi certamente, ma anche per i nostri bambini, per i nostri figli. La metrica delle nostre giornate è cambiata, la ritmica delle relazioni si è trasformata senza preavviso e in maniera coatta. Certo c’è la salute in gioco, la vita stessa, e allora abbiamo poco da negoziare.

Si è creato uno spazio democratico che interessa tutti senza distinzioni di sesso o d’età. Interessa grandi e piccoli, giovani e anziani. Così, ognuno di noi s’impegna strenuamente nel progetto condiviso di riempirlo con qualcosa quello spazio, di renderlo denso, di occuparlo. Per evitare che sia la paura a riempirlo, che siano la noia o i capricci, l’angoscia o l’ansia, la lite o peggio.

Noi grandi proviamo a farlo e ci assumiamo la responsabilità di farlo anche per i piccoli.

Come sempre nel cambiamento improvviso, nella novità assoluta è la ricerca di una certa continuità a salvarci. Come quando, in una situazione critica, raggiungiamo un posto nuovo e sconosciuto, gremito di folla, ci mettiamo immediatamente alla ricerca di un volto noto, una persona conosciuta che ci garantisca continuità con quel “prima” rimasto indietro.


Così, quando va bene, scoviamo per i nostri bambini strategie alternative che possano garantirgli almeno in parte le cose tipiche delle loro giornate prima della quarantena. Quando invece inciampiamo e scivoliamo costruiamo arduamente percorsi alternativi che negano la preoccupazione e la serietà di quanto sta succedendo fuori dalla porta di casa. Dobbiamo proteggerli e rassicurarli questo è certo, ma con onestà, proporzionato realismo e speranza.

Negare è giusto? edulcorare è meglio? Far finta di nulla è utile?

Direte voi: cosa c'entra questo con la scuola e la didattica on line?

Vediamo. Mi è capitato di sentir storie di compiti e consegne infinite che si rovesciano nelle camerette dei bambini sgorgando a cascata dallo schermo di un computer o da una piattaforma virtuale. Siamo sicuri che questo sia il modo più fruttuoso per occuparli, per non preoccuparli, per investire sul vuoto e l’assenza?

Quello schermo è importante perché contiene, contatta e garantisce, la continuità delle relazioni ancor prima della didattica. Garantisce incontri quotidiani, conferma voci e suoni abituali, restituisce ai bambini la possibilità di dire la propria. Insomma, è attraverso quello schermo e quei collegamenti che i bambini riescono a tener a bada la sensazione di perdita che li avviluppa quando, per un motivo o per un altro, le persone spariscono, le relazioni s’interrompono bruscamente.

In questo dovremmo esser onesti e autentici. Dobbiamo usarlo eccome quello schermo; per insegnar cose, a partire da un parlarsi su ciò che sta accadendo. Iniziare da quello per muoversi poi verso il resto, aprendo alle domande e ai racconti. Dovremmo “aprire” appunto.

So di una mamma che da dietro la porta della cameretta si è commossa nel sentire la maestra che aprendo il collegamento dice ai bambini “che bello vedervi, vorrei abbracciarvi tutti…” e poi “ci rivediamo presto, domani mattina saremo qui insieme di nuovo, vi aspetto!”. Che bello sentirsi attesi, sapere che qualcuno ci sta aspettando.

Ecco “vi aspetto” che è come dire: ci sono, ritorno, sono qui per voi. A questo servono i collegamenti online. Certo anche per imparare cose nuove e proseguire il programma di studio perché è importante e fa parte dell’educazione e della cura che dobbiamo garantire ai nostri bambini. Con i bambini servono però proporzioni e onestà.

Ai bambini non piacciono la congiura del silenzio, gli inganni e i segreti ingovernabili. Dobbiamo raccontar loro questo momento, aiutarli a leggerlo accogliendo le loro paure e le loro inquietudini. Una per una.

Perché Marta è preoccupata per la mamma in ospedale, perché Paolo ha la tosse e un cuoricino piccolo piccolo a causa della paura, perché Sevda si preoccupa quando vede papà e mamma davanti alla tv con gli occhi socchiusi e la fronte aggrottata nello sforzo di capire cosa stia succedendo. Luca non vede la nonna che abita da sola in un altro paese e sa che questo preoccupa moltissimo la mamma.

Quello che in questo momento ci impantana preoccupa anche loro. Dobbiamo assumerci con responsabilità educativa il compito di sostenerli e di accompagnarli. Dobbiamo rispondere e condividere ancor prima che distrarre, occupare, riempire. Possiamo farlo intrecciando le relazioni con i fatti, gli abbracci e i baci a distanza soffiati sul palmo della mano con i Fenici o le frazioni. Sta qui, a scuola, la differenza tra competenze e conoscenze no?

Dobbiamo farlo perché è così che ci si allena alla cura delle relazioni e dei legami. È così che impariamo a portare a compimento una storia, una strada. Attraverso la resistenza della continuità messa sotto attacco dall’emergenza. Una continuità fatta d’incontri ancor prima che di concetti, di abbracci virtuali ancor prima che di consegne e di domande ancor prima che di quesiti. Perché la qualità dell’insegnamento non viene meno se la qualità della relazione educativa permane e difendiamo strenuamente la preziosità di riservarci momenti nei quali incontrarsi e potersi dire “che bello vederti!”, “ti aspetto”, “sai che facciamo oggi?” “ti abbraccio”. Anche se lo facciamo attraverso lo schermo di un dispositivo. So che si può fare perché conosco molti insegnanti eroici che lo fanno, restando accanto ai loro allievi e alle loro famiglie nonostante le preoccupazioni, la distanza, le paure del momento. Questa sì che è una grandissima lezione!

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