• Studio I.F.P Milano

IL GIOVANE WERTHER

di Francesca Torretta e Giulia Romano

È il 26 aprile 2021 e un giovane ragazzo appena diciottenne di nome Matteo si toglie la vita ingerendo nitrato di sodio. Nel farlo, un biglietto per i genitori “Non datevi colpe che non avete, ho dissimulato bene. Siete stati i migliori genitori che potessi desiderare” e un messaggio per gli utenti online “Auguratemi buona fortuna”, e poi “Ha un gusto orribile”.

Gli utenti online a cui Matteo rivolge le sue ultime parole, nell’attesa che il veleno faccia effetto, fanno parte di Sanctioned Suicide, gruppo online che conta diciassettemila iscritti e che si definisce “forum di discussione a favore del suicidio”. Sono loro a sostenere Matteo nel suo gesto estremo, i loro messaggi sono “riposa in pace, cucciolo”, “la fine della sofferenza è iniziata”, “se te ne sei andato spero tu possa trovare la pace”. Dopo la morte di Matteo e di altri due adolescenti suicidi iscritti allo stesso forum, su disposizione della procura di Roma, il sito viene oscurato per istigazione al suicidio, salvo poi tornare online in pochi giorni.

Sebbene l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia indicato il suicidio come la terza causa di morte tra gli adolescenti e i giovani, e in Italia i suicidi rappresentino il 12% delle morti dei giovani tra i 15 e i 29 anni, l’argomento è ancora considerato un tabù all’interno della società e delle famiglie. Il fenomeno del suicidio in adolescenza costituisce certamente un tema complesso, in cui fattori consci e inconsci si intrecciano in una fitta rete di significati che, spesso, si preferisce ignorare o minimizzare: l’idea che un ragazzo o una ragazza possa sperimentare una sofferenza così totalizzante da rendere l’esistenza intollerabile, in particolar modo in una fase esistenziale concepita come la più florida della vita, rende la morte volontaria di un adolescente una possibilità impensabile. Come già osservato da Freud, “Inequivocabile tendenza a scartare la morte, a eliminarla dalla vita. Abbiamo cercato di mettere a tacere il pensiero della morte. In verità è impossibile per noi raffigurarci la nostra stessa morte”. La tragica vicenda di Matteo associa questo tabù ad un pensiero che, al contrario, si fa sempre più nitido nella mente di molti genitori: la rete come luogo colmo di pericoli per i propri figli, senza regole e senza controlli.

Ma cosa sono questi gruppi online e perché alcuni ragazzi ne fanno parte?

Sanctioned Suicide è solo uno dei molti forum in cui è possibile trovare accoglimento e accompagnamento nel proprio pensiero di morte. Di questa tipologia fanno parte anche i gruppi di inneggiamento all’anoressia (Pro-Ana), alla bulimia (Pro-Mia) e all’autolesionismo.

Una lettura dei meccanismi alla base della partecipazione dei giovani a questi gruppi è offerta dal concetto di appartenenza, parte integrante del processo di separazione-individuazione durante la fase adolescenziale, che vede il distacco dalla famiglia d’origine e l’ingresso nel gruppo dei pari come motore della costruzione identitaria. Il bisogno di appartenenza, quindi, è prima riferito al sistema familiare e poi a quello dei pari, da cui ci si sente accettati, capiti e valorizzati.

Nell’adolescenziale profondo bisogno di sentirsi parte di un gruppo, quindi, Internet diventa nuovo terreno sociale in cui sperimentare con facilità diverse appartenenze, diverse identità. La condivisione conferisce al dolore carattere di collettività, lo rende maggiormente accettabile, meno spaventante. Avviene così una radicalizzazione di parti di sé connesse a comportamenti problematici quale unico modo per appartenere al gruppo. Il sintomo, la malattia, diventa uno stile di vita, una scelta identitaria in cui il soggetto si riconosce e grazie al quale viene riconosciuto dagli altri membri del gruppo. Emerge in questo meccanismo il bisogno di essere accolti e accettati nelle proprie parti più fragili, che diventano in questi gruppi le più forti.

Internet è un non-luogo in cui, grazie ai suoi canali di comunicazione, l’adolescente ha la possibilità di frequentare diverse piazze in base alle proprie caratteristiche psichiche, affettive e relazionali, ritrovando nelle parole degli altri appartenenti al gruppo una legittimazione dei propri pensieri autodistruttivi che nella quotidianità non troverebbero accoglimento. Questo avviene in particolar modo nei gruppi di sostegno ed esaltazione del suicidio, la cui impensabilità da parte della società crea un vuoto che aumenta la necessità dei ragazzi di trovare un luogo in cui depositare e condividere il proprio dolore. Il contatto con questo tipo di gruppi spesso risolve l’ambivalenza inerente al pensiero suicidario, persuadendo i ragazzi a pensare che sia una valida soluzione per porre fine alla propria sofferenza. Questi siti, difatti, hanno come fine ultimo un processo di normalizzazione dell’atto suicidario, configurandosi come istigazione al suicidio indiretta. Indiretta perchè non è presente alcuna frase di istigazione al suicidio esplicita, ma solo un cieco sostegno dei propri utenti. Il forum Sanctioned Suicide definisce la propria community, per esempio, pro-choice: “Pro-choice significa che non ti incoraggiamo a fare nulla. Sosteniamo il tuo diritto di vivere la tua vita al massimo, così come il tuo diritto di porre fine alla tua vita, se questo è ciò che desideri sinceramente. Forniamo uno spazio sicuro per discutere il tema del suicidio senza la censura di altri luoghi, nonché una comunità che può capirti e lasciarti essere te stesso senza giudicarti o costringerti a fare nulla. Puoi usare questo forum per sfogarti, parlare con persone che la pensano allo stesso modo, condividere le tue esperienze o per entrare in empatia e offrire parole gentili ad altri che potrebbero averne bisogno. Tutti abbiamo bisogno e meritiamo amore ed empatia”.

Vista la portata di questo fenomeno, in letteratura si è iniziato a parlare di cybersuicidio, inteso come processo di reclutamento, preparazione e messa in atto del suicidio. Birbal, già nel 2009, aveva individuato tre tipologie di suicidio legate all’uso di Internet: il patto suicidale, ovvero l’accordo esplicito tra due o più persone circa il momento e le modalità del suicidio, generalmente da compiere insieme; il deathcasting, che consiste nel mostrare in diretta il video il proprio suicidio, e la simulazione del suicidio, ossia la messa in scena di un suicidio raccontata ad un pubblico tramite video falsi. In queste modalità di suicidio, o in quella di Matteo, c’è la spettacolarizzazione della morte che pone un interessante accento sulla componente sociale e che rende quel momento, in cui si sta abbandonando la vita, il proprio momento di gloria, diventando così, agli occhi degli spettatori, degli eroi coraggiosi. Leggendo ciò che viene scritto in questi siti, l’inneggiamento al suicidio passa attraverso un meccanismo di intellettualizzazione che lo rende un simbolo di innalzamento spirituale e di accettazione della propria reale identità suicidale. Naturale conseguenza di ciò, aspetto ben visibile anche nel caso di Matteo, è l’apparente assenza di quell’istinto di sopravvivenza e di quella paura della morte propria della vita, da cui invece queste persone sembrano immuni, dando la percezione di essere parte di una élite in cui si è liberi di essere e di sentire senza il peso delle sovrastrutture sociali. Questa immunizzazione alle spinte istintive generate dalla paura della morte è stata chiamata in letteratura Effetto Werther (Philips, 1974), riprendendo l’immagine del celebre protagonista del romanzo di Goethe I dolori del giovane Werther.

Se l’analisi razionale del suicidio di Hume considera lo stesso come possibile soluzione a fronte di una sofferenza irreversibile e incurabile, cogliendo altresì il profilo sociale del gesto, è nell’analisi di Durkheim che la dimensione del sociale diviene la lente attraverso la quale osservare e comprendere il fenomeno del suicidio, conseguenza di una rete di relazioni sociali fragile, debole, insignificante. Alla riflessione sociologica di Durkheim si aggiunge la cosiddetta fine del sociale: nell’era della globalizzazione e del virtuale, l’interesse e l’altruismo, la civilizzazione e la socievolezza lasciano posto alla desocializzazione, deistituzionalizzazione e demodernizzazione.

I forum online, come Sanctioned Suicide, si configurano dunque come un luogo in cui alcuni comportamenti suicidari di tipo emulativo – il cosiddetto effetto Werther - possono essere rafforzati dalla forte spinta motivazionale propria del contesto socio-organizzativo all’interno del quale tali comportamenti trovano respiro; contesti che solo apparentemente si propongono di accogliere il senso di vuoto e di solitudine dei propri iscritti nonché l’esigenza di espellere dimensioni emotive intollerabili ma che, in fondo, riflettono proprio quella frammentazione sociale che è uno dei fattori primari dell’atto suicidario.


  • Iss-Istat: “In Italia 3.780 decessi, sono spesso uomini e residenti al Nord” di Monica Vichi, Silvia Ghirini - quotidianosanità.it

  • Freud, S. (1976). Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte e scritti: 1915-1918. Newton Compton.

  • Birbal, R., Maharajh, H. D., Birbal, R., Clapperton, M., Jarvis, J., Ragoonath, A., & Uppalapati, K. (2009). Cybersuicide and the adolescent population: challenges of the future? International journal of adolescent medicine and health, 21(2), 151.

  • Phillips, D. P. (1974). The influence of suggestion on suicide: Substantive and theoretical implications of the Werther effect. American sociological review, 340-354.

  • Durkheim, E. (2005). Suicide: A study in sociology. Routledge.

  • Latour, B. (2001) Gabriel Tarde and the end of the social. JOYCE, J. (ed.). The social in question: new bearings in history and the social sciences. London: Routledge

  • Lebel, J.P. (2007) Alain Touraine, vie, oeuvres, concepts. Paris: Ellipses

  • Cohen, D. (2007). Tre lezioni sulla società postindustriale. Milano: Garzanti.

  • Lancini, M. (2020). Il ritiro sociale negli adolescenti: La solitudine di una generazione iperconnessa. Raffaello Cortina Editore.