• Studio I.F.P Milano

Incontri a volti coperti

di Francesca Locati


"Praticare la psicoterapia indossando una maschera è come leggere il braille con i guanti" (Stephen, 2003)


Da un anno e mezzo il nostro quotidiano ha integrato un accessorio fondamentale per proteggerci dalla trasmissione del Covid-19: la mascherina.

Non si può uscire di casa senza mascherina. Ne abbiamo approcciato l’utilizzo con un certo grado di goffaggine, senso di claustrofobia, imbarazzo nell’indossarla e gestirla sul volto. Abbiamo finito per abituarci, per metterla prima della giacca per uscire, per entrare in casa e dimenticarci di toglierla. Guardiamo un film e ci chiediamo come mai gli attori non la indossano. Se per sbaglio usciamo senza mascherina, ci sentiamo sbagliati nei confronti di noi stessi e degli altri. Ora affrontiamo una nuova fase: la situazione migliora e aumenta l’insofferenza nel portarla, nel doverci nascondere, in attesa di un’imminente liberazione da questo orpello.

Se ci rivolgiamo al passato, un presente con la mascherina era inimmaginabile, assimilabile ad uno scenario apocalittico da film futuristico. Oggi è un elemento che la nostra mente ha normalizzato. Ma la realtà psichica è che da più di un anno, ci muoviamo in ambienti sociali con persone senza volto, difficilmente riconoscibili, tutte uguali. L’esposizione al volto, al contrario, è inevitabilmente associata al pericolo, al rischio.


Lavorando come psicologi la lettura dell’espressività facciale è qualcosa che abbiamo sempre pensato come imprescindibile. Alcuni autori definiscono l’impedimento all’accesso del non verbale espresso dal volto il motivo per cui la telepsicologia in questo momento dovrebbe essere da favorire all’incontro del paziente in persona. Tuttavia, oggi lavoriamo facendo necessariamente a meno di “qualcosa”: quando incontriamo il paziente in presenza perdiamo la visione del volto, quando in remoto recuperiamo il volto, rinunciamo all’espressività della globalità del corpo.


Nel setting clinico la mascherina è intervenuta nel nostro campo lavorativo e si è frapposta nella relazione con i nostri pazienti. Accostare l’espressività facciale è necessario per immaginare una completezza di lettura del contatto con l’altro. Arthur Burton nel 1973 diceva che “sentiamo” l’altro attraverso il volto piuttosto che attraverso il cuore che non ha capacità trasformative. Ci rendiamo conto di quanto sia naturale, primitiva e predeterminata la ricerca del viso dell’altro quando la associamo essere l’attività preferita dei neonati. Sin dalla nascita lo studio del volto permette di scoprire il mondo intersoggettivo, le varianti emotive, i messaggi interpersonali che “occhi negli occhi” strutturano il legame di attaccamento.


La mascherina, a differenza della maschera, non porta un ruolo o un personaggio, ma veicola l’annullamento delle proprie specificità, della propria identità. Se questa forma di anonimato può essere tollerata in diversi ambiti di incontro, il paradosso del nostro lavoro clinico è la necessità di addentrarsi insieme al paziente in percorso conoscitivo profondo, trovandosi di fronte questa condizione di parziale nascondimento.


Ci sono persone incontrate nel corso di quest’anno che abbiamo valutato o aiutato, senza averle mai viste in volto, e viceversa queste persone si sono rivolte a noi senza poter apprezzare la “vera faccia” del clinico a cui avevano scelto di affidarsi.


In questi casi è stato come ritrovarci davanti, reciprocamente, un parziale “still face” in cui ci siamo aggrappati allo sguardo dei pazienti per interpretare i segnali non verbali e inconsapevolmente per favorire un’ipotesi di cosa si celasse al di sotto della mascherina.

La maschera che rende anonimi è qualcosa che usano i supereroi per non farsi riconoscere o i malvagi intenti a trasgredire le regole: l’assenza di una visione integra è qualcosa che può esporci a idealizzare o demonizzare l’altro, spinti dalla naturale forzatura di arrivare ad una compiutezza che allevia la fatica di sostare nell’incertezza.

È poi nell’alternanza tra volto mascherato (vis-a-vis) e volto libero (online) che ci siamo resi conto di quanto fosse potente la proiezione delle nostre fantasie nell’immaginato di una gestalt facciale che molto spesso non corrispondeva al reale.

Svelato il volto, ci si rendeva conto di quanto della conoscenza di quella persona ci eravamo persi.


La sensazione di isolamento che porta con sé la mascherina, di distanziamento, di limite e chiusura ha reso più complicato l’incontro con il paziente. L’adattamento secondario all’esperienza di isolamento è rinforzato dalla mascherina che si pone come obbligato ostacolo fisico tra noi e l’altro, anch’egli nascosto.

La sensazione è che in alcuni casi, in particolare con persone ritirate o diffidenti, sia stato ancora più complicato instaurare la sincronia che si ricerca nel contatto con il paziente e che declina i nostri interventi in un tempo e in un modo accettabile per l’altro.

È passata la sensazione di obnubilamento dello sguardo sul campo relazionale che ha condotto ad intervenire più attivamente cercando di avvicinare il paziente, a prendere tempo nel tentativo di comprendere la reazione ai nostri interventi ad alzare il tono della voce per essere sicuri di essere capiti, spesso portando con sé delle dissintonie e dei tempi relazionali impari.


Inoltre, i clinici sanno che non è necessario avere una mascherina chirurgica per ritrovarsi una maschera in stanza e che “guardare oltre” quella difesa è spesso una chiave di lettura essenziale per approcciare relazionamene l’altro, per orientare le ipotesi diagnostiche.

La maschera, coperta dalla mascherina, ha avuto l’effetto di rendere più difficile questo processo, allontanando ancor di più quell’autenticità che ricerchiamo nei nostri pazienti.


Nell’incedere di una condizione quotidiana che ha costretto la normalità a qualcosa di estraneo dal nostro setting, l’impressione è che si rischia di dimenticare le condizioni di eccezionalità in cui stiamo operando.

L’incontro tra persone schermate da mascherine porta con sé una quota di segreto da considerare e integrare nella lettura di quello che accade nella stanza in questo momento così particolare delle nostre vite. È importante non dimenticarlo per mantenere attiva la consapevolezza che oggi il campo di lavoro è caratterizzato da “invisibili” macchie cieche, che coinvolgono l’intera relazione diagnostica e/o terapeutica e che i nostri strumenti di lavoro non possono illuminare.

In attesa di ritrovarci e riconoscerci a volto scoperto.