• Studio I.F.P Milano

Lettera aperta di un* bambin* ai tempi del Coronavirus

Aggiornato il: mar 23

Lockdown spiegato dal punto di vista di un* bambin*



di Silvia Valadè

su spunto di alcune educatrici di una Scuola d'Infanzia


Ehi ehi

Sto parlando proprio con te!

Non ti tocco non ci è permesso e parlerò da questa distanza,

una distanza sufficiente perché in effetti non siamo nello stesso posto, ma grazie a questi marchingegni tecnologici possiamo comunicare di continuo…

Quindi puoi leggermi quando vuoi!

Certo che ci sta capitando di vivere in un momento proprio strano:

stiamo molto in casa più di quando mi sono ammalat* l’ultima volta a dire la verità...

rimaniamo dentro tutto il giorno da diversi giorni…

Vediamo i nostri genitori spessissimo un po’ come d’estate o durante le vacanze di Natale anche se sono molto indaffarati ed hanno delle facce strane.

I nonni invece, a dire il vero, non li vediamo quasi più…


Ho sentito una parola strana al telegiornale: Pandemia.

Pandemia è una parola grande mi hanno spiegato i miei genitori; spesso gli adulti usano delle parole greche per spiegare cosa sta succedendo.

Ho pensato che forse è perché non trovano parole adatte in italiano.


Che poi quello che sta succedendo io non l’ho capito davvero per intero,

Ma proverò comunque a scrivere quello che ho capito.

Nel mio paese si aggira un piccolo animaletto, più piccolo di un insetto invisibile, che piano piano ha conquistato città per città, paese per paese, fino a far diventare rossa tutta l’Italia.

Nonostante sia piccolo, così piccolo da non poterlo vedere ho capito che è pericoloso

cioè ci può far ammalare e farci fare fatica a respirare.

Per questo motivo arrivano di continuo indicazioni su come dobbiamo comportarci, nonostante sia una cosa strana.

Ci sono cose che non posso fare, ma che ho sempre fatto: non toccacciare tutto, non stare troppo vicino alle persone, soprattutto se non le conosco, lavarmi bene le mani non toccarmi la faccia.


Fino a qui tutto chiaro.


Ma se ne aggiungono altre meno chiare: non uscire di casa, e appunto non vedere i nonni e gli amici nemmeno i vicini di casa…nemmeno per sbaglio.

Quando ho bisogno di qualcosa da cucinare o se mi serve lo sciroppo per la tosse la mamma o il papà andranno a prenderli per me.

Non capisco molto il motivo, ma di sicuro ho capito che è importante e cerco di nasconde la NOIA PAZZESCA che mi sta assalendo in questi giorni…

Ho fatto di tutto: puzzle, disegni, pongo, plastilina, pasta di sale, ho guardato più cartoni di quanto mi possa ricordare da quando sono al mondo, ho guardato le foto di quando ero piccol* e di quando i miei erano piccoli, ho giocato con i giochi di mio fratello ho scritto sul muro ma mi è stato fatto notare non fosse una buona idea.


Mi hanno spiegato che più rimaniamo a casa e meglio è e che questo è esattamente quello che posso fare per aiutare la nostra famiglia, ma anche tutti gli altri a stare meglio e più al sicuro.


E io che posso dire? Mi fido e lo faccio anche perché spero che tutte le persone che conosco e soprattutto tutti quelli a cui voglio bene non si ammalino o che comunque guariscano presto.


Ho trovato questa storia e mi sembra che assomigli a quello che stiamo vivendo anche noi…tu che ne pensi?



Una Favola Che Inizia Così…


“Un giorno, nella foresta, scoppiò un grande incendio.

Tutti gli animali, di fronte all’avanzare delle fiamme, scappavano terrorizzati, mentre il fuoco distruggeva ogni cosa. Leoni, zebre, elefanti, rinoceronti, gazzelle e molti altri animali cercavano rifugio nelle acque del grande fiume ma ormai l’incendio stava arrivando anche lì. Mentre tutti discutevano animatamente sul da farsi, un piccolissimo colibrì si tuffò nelle acque del fiume. Dopo aver preso nel becco una goccia d’acqua, la lasciò cadere sopra la foresta invasa dal fumo. Il fuoco non se ne accorse neppure e proseguì la sua corsa sospinto dal vento. Il colibrì, però, non si perse d’animo e continuò a tuffarsi per raccogliere ogni volta una piccola goccia d’acqua che lasciava cadere sulle fiamme. La cosa non passò inosservata. A un certo punto il leone lo chiamò e gli chiese: “Cosa stai facendo?”. L’uccellino gli rispose: “Faccio la mia parte! Cerco di spegnere l’incendio!”. Così piccolo, pretendi di fermare le fiamme? Il leone si mise a ridere: “Tu così piccolo pretendi di fermare le fiamme?”. Insieme a tutti gli altri animali incominciò a prenderlo in giro. L’uccellino, incurante delle risate e delle critiche, si gettò nuovamente nel fiume per raccogliere un’altra goccia d’acqua. A quella vista un elefantino, che fino a quel momento era rimasto al riparo tra le zampe della madre, immerse la sua proboscide nel fiume. Dopo aver aspirato quanta più acqua possibile, la spruzzò su un cespuglio che stava ormai per essere divorato dal fuoco. Anche un giovane pellicano si riempì il grande becco d’acqua e, preso il volo, la lasciò cadere come una cascata su di un albero minacciato dalle fiamme. Contagiati da quegli esempi, tutti i cuccioli d’animale si prodigarono insieme per spegnere l’incendio, che ormai aveva raggiunto le rive del fiume. A quella vista gli adulti smisero di deriderli e, pieni di vergogna, incominciarono ad aiutarli. Quando le ombre della sera calarono sulla savana, l’incendio poté dirsi ormai domato. Il leone chiamò il piccolo colibrì e gli disse: “Oggi abbiamo imparato che la cosa più importante non è essere grandi e forti, ma pieni di coraggio e di generosità. Oggi tu ci hai insegnato che anche una goccia d’acqua può essere importante e che «insieme si può» spegnere un grande incendio.”

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