โSe non posso ballare non รจ la mia rivoluzioneโ
- Studio I.F.P Milano
- 10 mar 2023
- Tempo di lettura: 4 min
Femminismi, potere, societร tra arte e realtร
di Marta Tironi

Gemiti di dolore su sfondo nero.
โSta per uscire, deve solo spingere piรน forte. Brava, cosรฌ, spinga forte!โ
Gemiti. Dolore. Nero.
E, poi, vagito di vita.
โComplimenti, รจ una bella femminuccia!โ
Vagiti di vita su sfondo bianco.
Si apre la finestrella della sala parto, occhi di donna dentro un parallelepipedo.
Vagiti. Vita. Bianco.
Si cercano i parenti. โComplimenti, รจ una femmina rotonda e bellaโ
โร femmina? Ma come? La famiglia del marito ci rovinerร la vita, loro volevano un maschioโ.
Inizia cosรฌ il primo, potentissimo piano sequenza del film โIl cerchioโ (2000) di Jafar Panahi, Leone dโoro al Festival di Venezia che ha, tuttavia, sancito la rottura del regista con il governo di Teheran, costretto da allora allโarresto o allโesilio. Un cerchio che presto si avviluppa su se stesso e impantana lo spettatore dentro lโeterno ritorno dellโidentico: terrore, mancanza di libertร , oppressione. Dopo unโora e mezza siamo ancora dinnanzi a una finestrella. Silenzio di morte su sfondo nero. Suona un telefono, una voce noncurante risponde. Occhi di uomo dentro un parallelepipedo. Nel penitenziario si cerca una donna, che non cโรจ. La finestra si chiude, si chiude il cerchio.
Se cโรจ una cosa che il cinema, con il suo โschermo del sognoโ, permette รจ una fitta partita a colpi di realtร e finzione. Panahi ci strattona per mano, da un episodio allโaltro, dentro lo spaccato di vita di alcune donne iraniane sotto il regime teocratico. Donna e spettatore sono nella stessa posizione emotiva: il film รจ popolato di attrici non professioniste, ma la finzione diventa lโunica strada per esistere, lโarte lโunico mezzo di dissidenza, il minimalismo estetico lโunico segno del reale.
ร lโarte del cinema che ci conduce dentro una narrazione che si fa potente ancor piรน oggi, dove le proteste iraniane, e le corrispondenti brutali repressioni, diventano notizia e terreno di orrore. E dove le protagoniste sono donne comuni, studentesse, attiviste, madri o figlie in lotta contro la polizia morale, contro il potere incarnato dal maschile, che ha bisogno di essere nominato per esistere, come sosteneva Lacan, cercando con la violenza di tollerare lโincompletezza. Invece queste interpreti femminili declinate al tempo presente, che si rispecchiano nello schermo del sogno cinematografico, sembrano immuni allโonnipotenza, immunitร che debbono al loro corpo in scena che diventa il luogo su cui riscrivere la propria storia.
O il mezzo per veicolare la libertร , come Ipazia dโAlessandria, matematica e astronoma greca del IV secolo a.C., passata alla storia come la โmartire della libertร di pensieroโ che popolava le piazze e le biblioteche e fu assassinata da una folla di fanatici religiosi. O come Tatiana Rosenthal, medico e psicanalista russa, morta suicida nel 1920 dopo aver dedicato la sua breve vita allโattivismo politico in prima linea nella Rivoluzione dโottobre. O, ancora, come le protagoniste de โI travestitiโ (Contrasto Ed.), il corpus fotografico in cui la fotografa Lisetta Carmi, recentemente scomparsa, ha raccontato la sua esperienza con la comunitร dei travestiti di Genova. ร Capodanno del 1965, nellโex ghetto ebraico del centro storico, non distante dalla Via del Campo di deandreiana memoria, la Carmi รจ stata invitata ad una festa. In questa casa conosce e comincia a fotografare alcune persone transgender che vivono e lavorano tra i vicoli genovesi. Inizia cosรฌ un viaggio intimo e quasi iniziatico che segue tutte le fasi della vestizione, del trucco e dellโacconciatura necessari a potersi rivestire di quellโhabitus identitario con cui queste persone vorrebbero essere accolte.
La rappresentazione fotografica, anche qui schermo del vero come del sogno, diventa il simbolo non saturato della loro esistenza, restituendo un nome, un volto, una danza a un corpo esibito. โLa Morena รจ quella che ha ispirato Via del Campo a De Andrรจ. Era una madre. Avrebbe voluto fare la suora. Casa sua era piena di immagini religiose. Oltre ad un bellissimo ritratto di lei vestita da suoraโ, raccontava Loretta Carmi in unโintervista. ร qui tramite il lavoro fotografico che lโarte torna a parlarci con i mezzi che gli sono propri, quelli dei simboli e della non saturazione, decostruendo significati e immettendoci in un tempo che la psicanalista Anna Ferruta definirebbe un โtempo dellโevento, dellโistante, nel quale un fenomeno accade e una trasformazione avvieneโ. Sguardo e identificazione si costruiscono e di disgiungono cosรฌ nel contrasto dei colori e delle forme, e ci sfidano a ribaltare e a rifiutare il dominio culturale del ruolo e del senso unico alle mille sfaccettature dellโidentitร , che si puรฒ definire libera solo quando ci somiglia per davvero.
Come quando la Carmi racconta della โbella Elena che faceva il gruista prima di fare il travestitoโ e che รจ finita a sposare una โlesbica perchรฉ si era illusa di poter avere una vera vita familiare (โฆ) ma lei si divertiva di piรน a fare il travestito che a preparare il minestroneโ. Ma chi sono queste persone? Di quale messaggio si fanno carico? โSono lโespressione enfatizzata ed esasperata di un modo ormai superato (o in via di superamento) di considerare la donna come un bene di consumo? Sono lโavanguardia paradossale e contradditoria di un modo nuovo di concepire (o di abolire) i ruoli assegnati allโuomo e alla donna? O sono tutte queste cose insieme?โ, ci sollecita ancora la Carmi.
Le storie di tutte queste donne, le vicende di cui si fanno portavoce, ci interrogano con sgomento riguardo il dubbio se la complessitร e la liberazione del femminile possa passare solo attraverso la tragedia. E se la prioritร del soggetto e dellโagency individuale, peculiaritร delle culture occidentali, non sia nullโaltro che uno sguardo tra gli altri. Infatti, dal dramma intimo, in cui tutto รจ spostato nellโinterioritร , stiamo assistendo a un suo progressivo svolgersi allโesterno, dove il tessuto della societร diventa terreno di scontro e, al contempo, protagonista esso stesso del presente. Se la storia non รจ il destino, la psicanalisi ci ricorda che รจ anche lโaccesso al dolore che diventa una potente arma contro la ripetizione. Le storie di tutte queste donne diventano allora un cogente richiamo alla necessitร di testimonianza e di assunzione di una responsabilitร individuale attiva, affinchรฉ si faccia bene comune. Perchรฉ, per dirlo con Emma Goldman, anarchica russa naturalizzata americana, che ha combattuto per lโemancipazione femminile, il libero amore e lโuguaglianza, โse non posso ballare, non รจ la mia rivoluzioneโ.
