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Sei stato un bambino parentificato? Cosa succede quando ai bambini è richiesto di fare gli adulti

Aggiornamento: 14 nov

La psicologa e ricercatrice Nivida Chandra racconta di essere arrivata a interrogarsi sul fenomeno della parentificazione mentre scriveva la sua tesi magistrale. Intervistando colleghi psicologi e psicoterapeuti circa le motivazioni che li avevano spinti a intraprendere questo tipo di carriera, spiega di essere rimasta molto sorpresa dalla coerenza delle loro risposte.

Molti di loro riferirono di aver scelto questa strada perché esserci emotivamente per gli altri veniva loro naturale, dal momento che nella loro vita si erano trovati molto precocemente a doversi prendere cura dei bisogni altrui. Molte loro storie d'infanzia, infatti, erano state caratterizzate dall’essersi dovuti occupare a qualche livello dei propri genitori, talvolta a seguito di un lutto, altre volte a causa di violenza domestica o in presenza di malattie invalidanti o psicopatologia in uno dei genitori. Aveva dunque avuto senso per loro, una volta divenuti adulti, cercare di canalizzare questa loro capacità di offrire supporto emotivo nella propria vita professionale.

Molti dei partecipanti erano stati sottoposti a una qualche forma di parentificazione, ovvero una inversione di ruolo che si realizza nel momento in cui un genitore si affida al proprio figlio affinché si prenda cura di lui. Quando ciò avviene, e in particolare quando il carico di responsabilità è eccessivo rispetto all’età e alle capacità del bambino, quando il sistema famiglia non garantisce un minimo grado di reciprocità, sostegno e riconoscimento dei suoi bisogni, la parentificazione può essere considerata una forma di negligenza infantile. Infatti, come sottolinea Chandra, il bambino parentificato paga un caro prezzo in termini evolutivi e di benessere psicologico.

Tuttavia, questo fenomeno non ha necessariamente a che fare con la mancanza di amore genitoriale, ma piuttosto con quelle circostanze di difficoltà personale o strutturale, che impediscono talvolta ai genitori, in qualunque parte del mondo, di prendersi adeguatamente cura di sé e del proprio bambino, portandoli a non rendersi pienamente conto dell’angoscia che i propri figli sperimentano al posto loro nel momento in cui si assumono la responsabilità di mantenere la pace nella famiglia, di proteggere un genitore dall’altro, di essere il loro confidente o mediare con il mondo esterno, oppure di prendersi cura dei propri fratelli o della una sicurezza economica e igienica alla casa.


Il concetto di "bambino genitoriale", introdotto dal teorico dei sistemi familiari Salvador Minuchin (1967), è stato utilizzato per la prima volta per descrivere ciò che lui e il suo gruppo di collaboratori avevano osservato nelle famiglie svantaggiate delle periferie di New York. Date le condizioni di povertà di queste famiglie, molto spesso monogenitoriali guidate da madri single, le frequenti incarcerazioni e la diffusione di abuso di droghe, i ricercatori si accorsero che toccava spesso ai figli tenere insieme la famiglia.

Ciononostante, Chandra sottolinea, tramite il racconto delle storie di Sadhika, Mira, Anahata e Priya, come questa inversione di ruolo si possa verificare anche all’interno di famiglie apparentemente “normali”, amorevoli e di ceto benestante, dove i genitori possono mettere a disposizione risorse materiali, ma i bisogni affettivi dei bambini sono trascurati, schiacciati magari da un malessere genitoriale che richiede contenimento o un conflitto familiare pervasivo che necessita di un paciere. I bambini cresciuti in questi contesti, e soggetti a quella che viene chiamata parentificazione emotiva (Jurkovic, 1997), non solo non avendoli visti riconosciuti da piccoli, rimangono spesso incapaci di riconoscere i propri bisogni affettivi e quindi di prendersi cura di sé, ma la normalità apparente delle loro storie familiari diventa un ostacolo importante nella comprensione delle difficoltà interpersonali che incontrano da adulti, mancando una ragione chiara che possa dare loro senso.

Fra i nostri amici, colleghi e conoscenti si può riconoscere un ex-bambino parentificato in un collega iper-responsabile, o in quell’amico sempre disponibile ad ascoltarci, che sembra spesso appesantito da qualcosa, ma che in qualche modo riesce sempre a occuparsi di tutto senza mai chiedere aiuto. Dietro questa loro estrema coscienziosità, si cela spesso un mondo interiore profondamente impoverito e probabilmente, a domanda, ci confesserebbero di sentirsi completamente esausti e di desiderare che ci fosse al proprio fianco un amico altrettanto disponibile a supportarli.

Cresciuti nel ruolo di “oggetti fedeli” capaci di rispondere in modo magico alle richieste affettive implicite dei propri genitori (Karpel, 1977), sviluppano prematuramente una specie di radar capace di rilevare chi ha bisogno di cosa e quando, che da adulti li porta ad essere sempre allerta verso segnali di un prossimo problema che necessita del loro intervento. Tuttavia, priorizzando sempre i bisogni degli altri, maturano una scarsa nozione di sé, dei propri bisogni e dei propri confini. Così, profondamente insicuri del proprio valore, stabiliscono spesso relazioni basate sul fatto di essere fondamentali per gli altri, scontrandosi però con il rischio di rimanere incastrati in dinamiche di sfruttamento, sia nel contesto lavorativo, sia con i propri partner sentimentali.

Infatti, l’ansia di esserci sempre per gli altri genera spesso in loro una voce interiore molto critica che li fa tendere al perfezionismo più rigido e li mantiene sotto un giogo di ansia e senso di colpa, dei quali è facile approfittarsi. D’altro canto, il rischio maggiore che corrono questi adulti è quello di adultizzare a loro volta i propri figli. Infatti, in balia di questa intensa stanchezza, rabbia e frustrazione, portatori di un Sé bambino ferito con il quale non riescono ad entrare in contatto, rischiano di rivolgere eccessive richieste di supporto emotivo ai propri figli, portando avanti il ciclo di trascuratezza e la trasmissione intergenerazionale del trauma.


Se riescono a prendere consapevolezza di questo, possono decidere di intraprendere un percorso di psicoterapia, all’interno del quale queste emozioni così intense possono finalmente trovare uno spazio di contenimento e di elaborazione. In una prima fase, solitamente si potrebbero trovare confrontati con l’emergere di un forte sentimento di ingiustizia e rabbia, derivante dalla consapevolezza della trascuratezza sperimentata da bambini e del suo impatto sul proprio funzionamento adulto.

Tuttavia, col tempo potrebbero riuscire a interiorizzare una figura di adulto realisticamente supportivo e lenire la propria frustrazione cominciando con l’essere in primis comprensivi e amorevoli verso se stessi e a valorizzare sempre più gli spazi relazionali di affetto spontaneo, dismettendo modalità basate sul senso del dovere e motivate dalla paura di essere abbandonati. Imparando a conoscere il proprio mondo interiore e riconoscere i propri bisogni è possibile muoversi verso la costruzione di relazioni basate su confini maggiormente equilibrati, dove è possibile talvolta trovare o offrire supporto, ma la dimensione di dovere e allerta è meno dominante. Come sottolinea Chandra, bisogna pian piano recuperare la fiducia che gli altri staranno bene anche senza il nostro supporto e anche noi, perché la salute sta anche nella capacità di lasciare che gli altri si prendano la responsabilità di se stessi, di dire no quando l’energia di riserva finisce, di poter dire di nel momento in cui si sente genuinamente di offrire cura.


Secondo Boszormenyi-Nagy e Spark (1973), un grado minimo di parentificazione è necessario per tutti i bambini al fine di promuovere un ruolo responsabile dell'adulto e migliorare la crescita emotiva. Al contrario l’esperienza assume carattere dannoso, nel momento in cui i bisogni del bambino sono sistematicamente trascurati, l’offerta di risorse e sostegno è unilaterale, da bambino a genitore, e il carico di responsabilità è eccessivamente oneroso rispetto alle sue capacità. Chandra sottolinea alcune variabili chiave per circoscrivere l’esperienza di parentificazione: l’età di esordio, le ragioni per cui si è realizzata (più sono chiare, più è facile dare senso), il grado di esplicitazione delle aspettative rivolte al bambino, la presenza e la qualità del supporto offerto al bambino, la durata della cura attesa dal bambino, il riconoscimento dei genitori rispetto alla cura ricevuta, il grado di appropriatezza delle richieste in base all’età e alle fasi normative dello sviluppo del bambino, l’esperienza soggettiva, le componenti genetiche e disposizioni personologiche, il genere, l’ordine di nascita e la struttura familiare e, in ultimo, la vita che si sta conducendo al momento presente.

Col tempo, inoltre, una volta al riparo da dinamiche di sfruttamento, le competenze di cura precocemente acquisite possono essere incanalate nella propria vita professionale, evidenzia l’autrice. Gli adulti che sono stati bambini adultizzati sono affidabili, sensibili, abili nella risoluzione di problemi e capaci di prendersi cura. Sadhika oggi è un parenting coach. Priya è una psicoterapeuta. Anahata difende i diritti dei condannati a morte. Mira si è specializzata nell’educazione nella prima infanzia e opera nei quartieri poveri dell’India. La lista di scelte professionali degne di nota potrebbe andare avanti e praticamente tutti loro sono impegnati a lavorare per risollevare e supportare gli altri.